
Roy Paci & Aretuska
1) Che tipo di approccio hai con il tuo strumento, la tromba? Come sviluppi le idee?
Un approccio viscerale…non scherzo, la tromba è diventata, come dire, una vera e propria protuberanza del mio corpo. E’ una cosa che mi fa piacere tenere addosso, al punto che quando non la tengo nelle mani per troppo tempo mi manca. E’ un approccio molto naturale. Sono tantissimi anni che ormai suono e, tra l’altro, ho scelto lo strumento in una situazione molto particolare: la banda del paese, attraverso mio padre che già suonava all’interno della banda. Ho avuto questa fulminazione, direi…avevo già provato altri strumenti ma nulla di simile. Considero la tromba uno strumento che va suonato in una determinata maniera a differenza di tanti altri. Mi rendo conto che è giusto apportare al linguaggio della tromba un certo liricismo e un certo tipo di linguaggio che potrebbe essere quello da accostare al jazz, quello da accostare alla musica concertistica. Io cerco di mettere nello strumento una visione della musica a 360 gradi, elementi come ad esempio l’aggressività dei musicisti balcanici, la potenza incredibile dei sovracuti dei musicisti sudamericani, è un approccio dettato dalla frequentazioni di molti generi musicali.
2) Che rapporto hai con le tante tradizioni musicali che affronti (quella della tua terra, il jazz, lo ska, il rock steady, la musica latina, la musica d'autore…)?
Con sincerità ti dico che non ci sono studi particolari. C’è innanzitutto, da sempre, una grande curiosità che non mi ha mai abbandonato e una gran voglia di ascoltare…fagocito dischi a tempesta, ogni mese ascolto un mare di roba e mi piace confrontarmi con un sacco di generi anche magari sconosciuti. Adesso, per forza di cose, ho meno possibilità di conoscere nuove cose, però, effettivamente ho fatto un sacco di esperienze sonore e sono cose che alla fine mi hanno formato, mi hanno fatto diventare un musicista vero e proprio e mi hanno fatto avvicinare a generi diversi. Ovviamente, ci sono cose che odio suonare…la fusion è una di queste. Cose che trovo troppo asettiche, troppo fini al tecnicismo. La concezione fondamentale è quella dell’improvvisazione. Molti credono erroneamente che l’improvvisazione sia legata solamente al jazz, invece la si trova in moltissimi generi, dai raga indiani alla musica transmagrebina. Sono cose che ho avuto modo di conoscere direttamente…
3) … e con le parole della tua musica (italiano, francese, spagnolo, siciliano, arabo…)?
Con le parole è un casino…(ride). In questo disco con gli Aretuska (Tuttapposto, Sony Music, 2003) è la prima volta che mi cimento a scrivere delle cose. Tra l’altro, non mi sono messo appositamente a scrivere testi per la musica che avevo già pronta, ma si tratta di appunti nati durante i viaggi…in furgone…mentre eravamo magari all’estero…mentre eravamo in qualche posto a suonare. Non avendo mai creduto nelle mie capacità di…”autore”…erano delle cose che, come tutti quanti i ragazzi che scrivono delle poesie, se le tengono per i cavoli loro. Non mi sono mai considerato né un cantante, né quantomeno un autore, solo che c’è stato qualcuno che mi ha incoraggiato e alla fine ho creduto che potevo tentare. Sto cercando di seguire un percorso più da “crooner” che da vero e proprio “cantante”. Mi piace molto l’idea di portare avanti lo sviluppo di una voce che potrebbe stare a metà tra Buscaglione e Tom Waits però sono lontano ancora anni luce da questo. I testi alla fine raccontano vicende che ho vissuto, belle o brutte che siano, e ovviamente non si avvicinano a cose tipo “amore mio”, “cuore/amore” e simili…
4) I tuoi concerti insieme agli Aretuska sono molto coinvolgenti. Come vivete e preparate le vostre esibizioni?
Io non volevo assolutamente creare un personaggio attorno alla mia figura, ho solamente sviluppato e arricchito in maniera professionale le mie capacità quasi un po’ così da entertainer sul palcoscenico e ho fatto da catalizzatore per l’intera band, ho catalizzato le energie, diciamo, veramente vulcaniche di ogni singolo musicista. La band è formata interamente da siciliani ad eccezione di uno che è salentino e ho cercato di creare una vera e propria “famiglia” direi…e non un gruppo che s’incontra solamente per fare concerti. Anche perché si passa molto tempo insieme ed è bello riuscire a creare quello che è un rapporto più umano con la gente lavorando in questo modo. Sin dai tempi dei Persiana Jones poi per passare ai vari Mau Mau, non c’è stato mai un momento che mi ha lasciato…così…pensare…perché comunque avrei abbandonato. Ho abbandonato progetti grossi proprio per motivi del genere…se non c’è un po’ di afflato…di…sentimento non riesco a suonarci. Alla fine è diventato facilissimo tirare fuori questa energia, ovviamente non l’ho inventata io, con molta strategia ho attinto alla fonte di tutte le mie esperienze fortunate. La sapiente mente “strategica” di Manu Chao, il gran senso di umanità di Ivano Fossati, tutte le persone con cui ho lavorato…sono una marea…tutte le collaborazioni…da loro ho preso il senso umano della cosa, ho conosciuto persone che umanamente hanno, veramente, molto da dire. Anche questo grande senso di umiltà…che dovrebbe essere una caratteristica di tutti i gruppi, soprattutto italiani. Lo dico con schiettezza perché evidentemente in Italia c’è un abuso di quello che è la propria posizione da “artista” e da “rockstar” o “popstar”. Ci sono personaggi che anche vendendo 10.000 copie si credono veramente dei Mick Jagger della situazione che comunque sono personaggi che possiamo criticare se fanno delle idiozie o delle cazzate. Comprendo benissimo la canna, ma non comprendo la pera, comprendo il bicchiere di vino ma non comprendo l’alcolismo. Ci sono sempre dei limiti. Lo comprendo ma anche lo vivo tranquillamente. Ci sono delle considerazioni da fare, certo non spettano a me, se ne sono occupati esperti meglio di noi, in Italia c’è questa sorta di “edonismo reaganiano”…(ride)…si vive troppo di miti e mi dà fastidio. Io sono un anti-divo per eccellenza, sulla scia di quello che hanno fatto le persone con cui ho collaborato. Questo vale anche per i ragazzi, finito il concerto scendiamo giù dal palco, ci confrontiamo con la gente, è una cosa bellissima, ci arricchisce, molti vivono questa cosa come un miracolo…ma, insomma, dove stanno le emozioni forti, no? Il confronto con le persone che si sono emozionate…
5) La tua carriera è già costellata da numerose esperienze in campo internazionale (Francia, Danimarca, Olanda, Belgio, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Argentina, Brasile, Senegal…). In base a queste, come valuti la scena musicale italiana? Cosa manca per un’ulteriore crescita?
(ride)…allora, in Italia manca solo una cosa, manca il coraggio e, soprattutto, l’onestà da parte di chi sta più in alto, al potere, sto parlando di discografici, manager, promoter. Manca, all’interno di questo settore, un’etica più professionale…manca chi dice “questo gruppo lo devo far veramente conoscere da una parte all’altra del mondo, devo crederci…”, l’80% dei discografici non ci capisce un c…o di musica, sono degli emeriti idioti, sono dei fottuti cretini, ma proprio, lo dico con…non me ne frega niente…figurati, io posso tornare benissimo a lavorare la terra, non è che debba rovinarmi per forza la mia…sinceramente, comunque non morirò mai di fame, questo è poco ma è sicuro. In più, in Italia c’è molto ladrocinio, si specula molto…la figura dell’agente, della persona che lavora dietro le tue spalle…si specula molto sull’artista, si pensa di più ad incassare che…c’è questa mentalità italiota del tipo “io penso al mio terreno poi di tutto il resto non me ne frega un tubo”. Io ho sempre ringraziato nella mia vita di aver conosciuto delle persone e degli amici, soprattutto, perché poi alla fine è di questo che si tratta. Pensa ad Andrea, il mio manager, il mio agente…non riesco neanche a chiamarlo “manager”, mi fa schifo la parola tanto è stato infangato questo ruolo. E’ un amico per me, il mio alter ego non so come dire…diversamente non potrei fare tutto io e mi sento fortunato perché è un amico, trasformato in una persona con cui sto collaborando ormai da un decennio circa, prima è nata l’amicizia, l’onestà e poi sono venute tutte le altre cose, i progetti veri e propri…per il resto c’è una gran presunzione, è una cosa veramente brutta, non dico tutto, non è che tutta l’Italia sia così…però la maggior parte…un buon 70% - 80%. Noi ce ne accorgiamo molto bene, delle 200 date annuali che facciamo in giro, 100 sono all’estero e lì c’è un senso molto più alto, critico e professionale. Proprio per questo abbiamo scelto come titolo del disco “Tuttapposto” con in copertina una foto di noi ad Amsterdam, mi sembra che detta dal di fuori la cosa rievochi le gesta del film “Stanno tutti bene” di Nino Manfredi…
6) Nonostante i numerosi impegni di musicista, hai trovato il tempo per fondare un’etichetta, l’Etnagigante…come procede l’avventura?
Sì, in realtà, siamo in tre. E’ una cosa che è nata anni fa in maniera del tutto filantropica. E’ nata dallo schiribizzo di poter sovvenzionare dei gruppetti della Sicilia soprattutto all’inizio che altrimenti non sarebbero stati prodotti e poi, da lì, è nato tutto un discorso. Adesso, Andrea è entrato alla grande all’interno di questo bellissimo viaggio e spero che le cose vadano sempre bene. L’importante è…come si suol dire in maniera volgare “non vendersi il culo” a quelle che sono delle dinamiche obsolete e…”appiccicaticce” del mercato che va pian piano e sempre di più alla deriva. Abbiamo iniziato a lavorare con degli amici siciliani, ma non volendo creare una realtà “integralista” adesso ci siamo aperti anche ad altre cose, ci sono veramente tante cose belle da produrre, sarei felicissimo di produrre anche un buon gruppo di eschimesi, che ben venga. All’inizio siamo partiti con progetti che conoscevamo, adesso qualsiasi cosa che è bella e che possiamo avere la fortuna di poter produrre la produciamo…
7) L’ironia è uno degli elementi portanti del tuo modo di fare musica…cosa ci puoi dire in proposito?
E’ stato un passaggio naturale…dopo aver visto un sacco di amici e compagni veramente “forti” che hanno detto la loro, anche da molto più tempo di me, con un’esperienza veramente lunga e che, però, affrontavano certi temi in maniera quasi rivoluzionaria…non che questo mi dispiaccia, anzi, ho lavorato con uno dei più grandi “rivoluzionari” che è Manu…sembrava di essere sul palco con gli Zapatisti…(ride)…però, è anche vero che quell’atteggiamento lì, in Italia, funziona veramente poco perché viene automaticamente messo in disparte, in secondo piano, viene subito etichettato, identificato come…”quelli sono no global”, “i cassonetti”, “adesso arriva il pacco bomba”, “quelli sono da centri sociali”…quest’atteggiamento mi fa veramente schifo…penso a ieri sera a quell’idiota di Bruno Vespa che è un coglione messo lì…rimpiango veramente Santoro, da anni penso che lo rimpiangano in molti. Vedere Bruno Vespa che, all’interno di una discussione molto schietta e onesta, che ha un atteggiamento di questo tipo…ecco a questo punto l’atteggiamento dell’ironia…è come gli hacker, quello che fanno all’interno della grande rete globale, a differenza dei cracker che manomettono e distruggono, loro mettono in evidenza la loro intelligenza, la loro forza, mostrando solamente ciò che riescono a essere capaci di fare. E’ un po’ il senso del verme che entra dentro la mela e dall’interno, poco alla volta, alla fine se la mangia tutta. Mi piace lavorare anche se possibile dal di dentro, non mi dispiace andare a colloquio con il presidente supremo, non è soltanto una questione di tirare pomodori in faccia, mi piace confrontarmi e dire anche la mia…sono fatto così.